Il Vetro e dintorni

Le Mariegole

di
Michele Zampedri

Parte di grande rilievo nella storia dell’arte vetraria muranese viene occupata, fin dall’inizio del Duecento, dalle Mariegole. Le Mariegole o Madre Regole erano veri e propri statuti che regolamentavano qualsiasi arte o mestiere nella Repubblica Serenissima. Erano, inoltre, dei veri e propri contratti di lavoro che segnavano la scadenza di accensione e spegnimento dei forni, le nomine, gli avanzamenti di grado e tutte quelle disposizioni relative alla vita dell’Arte, scritte con la mediazione del Governo della città. Esse ponevano a capo dell’attività, infatti, un Gastaldo di nomina ducale dal quale dipendevano i padroni delle fornaci, i maestri e i lavoratori compresi i garzoni. La più antica di queste Mariegole giunte fino a noi, è il Capitolare di Fiolariis del 1271, che nella stesura originale era composto da 46 articoli. Come tutti i regolamenti, esso venne adattato, negli anni successivi, alle esigenze dell’attività man mano che questa le manifestava. Ecco perché fino al 1315 furono aggiunti una cinquantina di articoli nuovi. Prescrizioni ben precise lasciavano poco spazio alle libere interpretazioni. All’articolo IX sul periodo di lavoro si legge: “Anzitutto ordiniamo e stabiliamo a tutti gli uomini dell’arte predetta di lavorare dalla metà di gennaio alla metà di agosto, meno che nei giorni di festa, cioè nelle domeniche e in tutte le festività di S.Maria Vergine, di S.Giovanni Battista, nonché della resurrezione del Signore e nei due giorni successivi, celebrando soltanto una veglia; parimenti nell’Epifania, nell’Ascensione del Signore, nella Pentecoste, nel Venerdì Santo, rispettando una sola veglia.” Per la difesa della qualità del prodotto all’articolo XVIII:”... che nessun fiolaio di Venezia, tanto uomo che donna, osi vendere né far vendere, in alcun modo o ingegno, alcun oggetto di vetro che sia rotto o incrinato, sotto la pena di lire tre ogni volta per il contravventore, e di detta pena siano versati soldi 40 alla Camera dei Signori Giustizieri e soldi 20 alla Scuola predetta.” Sulla disciplina interna, al fine di impedire l’accaparramento delle maestranze con offerte illegali da parte del padrone e quindi salvaguardare quelle fornaci che avevano una stipula di contratto regolare, all’art.V di una modifica del 10 maggio 1276 si legge: “...che nessun padrone dell’Arte fiolaria, né alcun altro per essi, d’ora innanzi osi né presuma di dare ad alcun suo lavorante, sia maestro che apprendista, caparra di soldi 5 di grossi” e “...che nessun lavorante si accordi con alcun padrone in qualsiasi modo od ingegno e neppure riceva caparra prima del primo di agosto”. Sulla difesa degli “espatri” dell’Arte, in data 8 giugno 1295 veniva aggiunto al capitolare una petizione che recitava: A Voi signor Doge e al Vostro onorevole Consiglio e gli Ufficiali dell’Arte dei fiolai e gli uomini tutti della detta Arte, chiedono supplicano e domandano in grazia che vogliate ordinare ed aggiungere al nostro Capitolare che tutti quelli dell’Arte stessa che usciranno da Venezia per esercitarla, siano banditi dall’arte in modo da non poterla più lavorare in Venezia e nel suo distretto; e coloro che sono fuori di Venezia e lavorano la detta Arte, debbano ritornare con l’ordine Vostro e dei giustizieri, entro un termine da Voi ordinato e stabilito, o siano altrimenti banditi come detto sopra. Vero è che la repubblica Serenissima ha sempre tentato di proteggere l’Arte attraverso vari espedienti, quali i famosi segreti dei maestri muranesi, dovendo l’Amministrazione salvaguardare quello che storicamente è sempre stato un grosso business per la città. Naturalmente le troppe aggiunte di articoli finirono col mettere alcune parte del regolamento contro certe alte. Si sentì quindi l’esigenza di riassumere tutte le regole approfittando dell’occasione per riscriverle in lingua più comprensibile ai più ed evitare il latino, che ormai andava scomparendo con l’avvento del volgare. Così nel 1441 si procedette alla stesura del nuovo codice che cominciava così: Al nome di Dio..... Conciosia cosa che davanti di noi Nocolò Bondimiero..........domandando con istantia che ‘l ne piacesse corregere il capitolar suo il quale aveva mille ordeni uno contra l’altro....

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