Il Vetro e dintorni

Le Mariegole

di
Michele Zampedri

Un altro passo importante era quello sulla formazione delle maestranze. L’art. XVII imponeva che....qualsiasi padrone, esercitando detta arte, possa prendersi un solo fanciullo di almeno otto anni, per lavorare seco, e non possa assumere alcun altro se il primo non abbia completato il suo tempo. Completare il tempo non era un termine ben specifico, considerato il fatto che non tutti siamo uguali e, quindi che le capacità di apprendimento sono differenti per ciascun individuo. Sicuri erano tuttavia i modi del passaggio da apprendista a maestro. La prima testimonianza della prova d’esame per passare da garzonetto a maestro veniva dettata dall’art.III sempre della Mariegola del 1271, che, senza tuttavia precisare le prove da superare, stabiliva il prezzo da pagare per sottoporsi all’esame. Ben più specifici erano i capitoli XXVII e XXVIII del regolamento stilato nel 1441 che, al riguardo, stabilivano come ciascun discepolo, el qual che voia deventar maestro, debbi essere essaminado per lo Gastaldo e per li Officiali, e se ‘l sarà trovato sufficiente, diventa e sia maestro, e paghi soldi doi de grossi da intitolar nelle casse della scuola par sovvenzion di poveri della detta, e par molte spese le quali si fanno e bisogna esser fatte, per regimento della detta Arte. Nel 1660 veniva emanato un decreto che avrebbe fatto molto discutere e scrivere negli anni a venire. Tale atto impegnava le vetrerie a dar da lavorare a tutti li maestri habili pagandoli con mercedi ordinarie, legando così, di fatto, il diritto all’occupazione al solo titolo di maestro. Il clientelismo dilagava all’interno delle varie commissioni d’esame, e dove non arrivava l’antica arte di aggiustare le cose, sortivano lo stesso effetto le minacce. Venivano così nominati maestri anche coloro i quali non ne avevano i titoli e le capacità con conseguente e, facilmente ipotizzabile, calo della qualità del prodotto finito. Con grande preoccupazione il Gastaldo Sebastiano Dall’Acqua dichiarava all’assemblea dei vetrai convocata il 16 settembre del 1667 che se a tale situazione non fosse stato posto un immediato rimedio il prezzo da pagare sarebbe stata la completa estinzione dell’Arte. Infatti solo in quell’anno sei padroni di fornace avevano chiuso l’attività perché avevano visto assottigliare i loro guadagni a causa dell’alto costo delle maestranze, lasciando così sul lastrico i dipendenti e aggravando la posizione delle fornaci attive che dovevano assorbire i maestri disoccupati. Tale assemblea propose che gli esaminandi dovessero pagare tutte le spese sostenute dalla Scuola e dettò nuove norme precise per una severa prova d’arte, al fine di mettere ordine a tale situazione. Tale deliberazione fu fatta propria dagli Illustrissimi ed Eccellentissimi Capi dell’Eccelso Consiglio dei Dieci, con la confirmazione del 13 ottobre 1967.
Ben presto fu trovato però il sistema di aggirare tale legge, e le norme risultarono inadeguate a fronteggiare il dettato che imponeva l’obbligo dell’assunzione da parte dei padroni di fornace di tutti i maestri abilitati. La stessa assemblea dei vetrai, nel 1679, propose ai Capi del Consiglio dei Dieci di sospendere per almeno 5 anni le nomine a maestro. Ma l’organo deputato a tale legislazione, non volendo ammettere che quelle lamentele derivavano dai suoi riveriti e sapientissimi decreti non fecero altro che inasprire le regole per l’esame. Norme ben presto ridisattese, tanto che, il 25 settembre del 1731, il Consiglio fu costretto a sospendere per qualche anno, dopo le reiterate richieste dell’assemblea dei vetrai, le promozioni a maestro. Stabilì inoltre, che per presentarsi alla prova, bisognava aver prestato almeno 6 anni di servizio come garzoni, previo assenso dei Capi del Consiglio stesso, onde assicurare alle fornaci quel solo numero de maestri che abbisognano di tempo in tempo a cadauno dei Mestieri dell’Arte. Così di decreto in decreto si cercò di porre rimedio al provvedimento del 1660 senza mai trovare, nel tempo, risultati apprezzabili. Le uniche fornaci che continuarono a prosperare e che uscirono indenni da questa crisi, furono quelle esenti dal “comparto”, cioè quelle vetrerie che per grazia non partecipavano al carico delle maestranze inattive. Altro capitolo importante delle varie Mariegole veniva dedicato alla vendita della produzione vetraria. Inizialmente il regolamento dell’Arte dettava che i vetri si dovevano vendere dal lunedì al Venerdì nelle contrade, consentendo lo smercio a San Marco solo il Sabato. Intorno al 1460 i Verieri de Muran si rivolsero alle autorità competenti al fine di bloccare l’eccessiva commercializzazione del prodotto , così da indurre tali autorità a modificare la Mariegola (cap.68) con una nuova ordinanza del 1563 che sanciva che i vetri dovessero essere venduti né per contrade né su par le piazze, in niun giorno della settimana salvo che il di’ del sabbato e interdì la vendita in piazza San Marco ad eccezione per la festa dela Sensa ( Ascensione ). Questa forma di protezionismo per la vendita dei vetri, promossa dai paroni de fornasa, ebbe continui e ciclici richiami addirittura al Consiglio dei Dieci. I “nemici” dell’Arte, in questo caso, erano stati individuati negli “stazionieri”, tra l’altro riconosciuti ufficialmente dalla Serenissima con statuto del 1436. L’Arte degli Stazionieri riuniva piccoli commercianti con posteggio fisso. La battaglia commerciale fu vinta, non ve ne era dubbio, dai padroni di fornace con l’applicazione del decreto del 1510 che sanciva che i vetri christallini, si schietti come doradi e smaltadi, lavoradi a profil et a mordente, et in qualuinque altra sorta, non possino essere in alcun tempo venduti né a Venetia né a Muran per altri che par noi paroni delle fornasi. Si trovò ben presto, tuttavia, una linea di compromesso tra le due parti in causa. I prodotti più esclusivi vennero venduti dai produttori a Murano, mentre agli Stazionieri a Venezia andarono quelli meno interessanti. Sul confine tra queste due “qualità”, tuttavia, cominciarono ben presto delle vere “baruffe”, che ancor oggi sono in corso in città, anche se il libero mercato ha regolato un po’ il tutti con differenti afflussi turistici, che fanno vendere in zone differenti merce selezionate a seconda della necessità.

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