Il Vetro e dintorni
Michele Zampedri

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Forno a tre piani - Venezia 1540

Tecnologia del vetro (pag. 2/4)

La prima carica viene effettuata alle 17 circa ad una temperature di 1200-1300° C., l’ultima intorno alle 21-22. La temperatura, poi, viene aumentata a 1400° C. per portare ad ebollizione il vetro e far uscire le bolle d’aria dal liquido e permettere l’omogeneizzazione del vetro stesso. Verso le 2-3 del mattino, la temperatura viene abbassata a circa 1200° c. in modo che alle 7, ora della ripresa dei lavori, il vetro abbia la necessaria viscosità che i maestri richiedono. La fusione avveniva in crogioli disposti in una fornace a legna, previa preparazione della fritta. La fritta era una prefusione di una mescola di cogoli macinati a cenere, che ad una temperatura di 700° C. diveniva una massa solida coesa. Questa veniva disposta in crogioli, dove, dopo alcuni giorni o, in qualche caso, dopo alcune settimane, avveniva la fusione vera e propria per l’ottenimento di un vetro lavorabile. Durante la fusione il vetro veniva tirato fuori dal crogiolo molte volte per essere immerso in acqua al fine di omogeneizzarlo e depurarlo. Il vetro colato in acqua, e nei tempi moderni anche il rimasuglio del fondo del crogiolo raffreddato a cielo aperto, veniva chiamato cotiso. In un libro podestarile del 1348 si legge che un tale Bartolomeo Tataro ha dato da riparare una cacia de fero, strumento che serviva a prelevare dalla padella il vetro fuso e travasarlo in acqua, per poi, previa aggiunta di altri materiali complementari, riportarlo a fusione. Ed è questa la prima testimonianza di tale espediente tecnico che i vetrai muranesi indicavano come pratica del traghetar ( cavar) el vero in acqua. All’inizio del seicento il fiorentino Antonio Neri affidava a questa operazione il compito di liberare il vetro dalla soda in eccesso. Al cap. IX del suo libro “Arte Vetraria”, infatti, insegnando a fare il cristallo in tutta perfettione, suggerisce di buttarlo appena fuso in conche di terra piene di acqua fresca ...ad effetto che l’acqua gli cavi una sorte di sale detto sale Alchali, quale impedisce il cristallo e lo fa nebuloso. Il forno più usato nella storia della vetraria muranese era il forno a tre piani ( lo statuto dei vetrai del 1315 ordina di lavorare con un forno “ qui habet tres bocas”): un piano per il letto di legna, il secondo per la disposizione dei crogioli e il terzo veniva utilizzato come muffola o forno di raffreddamento, necessario per portare molto lentamente il vetro a temperatura ambiente, evitando così degli stress termici che potrebbero portare alla rottura dell’oggetto finito. Il forno rimane con questa struttura fino alla metà dell’ottocento quando viene immessa una griglia dove disporre il letto di legna. Con tale accorgimento la fusione avviene in un solo giorno. Altra modifica importante avviene nel 1900 col distaccamento del forno di ricottura dal forno di fusione. Oggi, infatti, la muffola, forno di raffreddamento a circa 500 ° C, è staccata dal principale forno fusore. Tale scelta impone oggi una profonda riflessione sulla perdita di calore che questa soluzione presenta.

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