Il Vetro e dintorni
Michele Zampedri

zampedri@ve.flashnet.it

Tecnologia del vetro (pag. 3/4)

In un epoca come quella che stiamo vivendo, dove la parola riciclo invade ogni attimo della nostra vita, è difficile pensare che non esistano soluzioni diverse che non tengano conto di questo importante tema, ma anche da questo atteggiamento si può evincere la radicale riluttanza dei “muranesi” alle innovazioni tecnologiche, attaccati come sono alla loro storia, strumenti e tradizioni. A tal proposito nel 1854 Giovanni Giacomuzzi, perlaio famoso per aver introdotto per primo in Italia l’ossido di uranio per la colorazione de vetro, scriveva: “La stazionarietà nella parte tecnica deriva principalmente dalla minima cura che ebbero sinora i maestri dell’arte, di valersi di risorse offerte alle scienze chimiche, che agli altri tecnici europei diedero adito a fare rapidissimi progressi in breve corso di anni. L’empirismo che ancora un secolo fa era l’unica via i acquistare nuove cognizioni, è al resene il solo appoggio del nostro compositore che volesse tentare nuovi metodi di fabbricazione, ricercare nuove tinte, o altro. Esso lavora con le ricette ereditate da’ suoi padri ed impiega materiali a essi adoperati, senza aver idee quali reazioni abbiano nel padellato....”. Per ribadire la refrattarietà alle innovazioni che ancor oggi pulsa nel seno dei vetrai muranesi, basta ricordare che esiste a Murano un Centro Sperimentale del Vetro a livello internazionale, al quale ben pochi maestri si rivolgono per avere ricette e suggerimenti. Chi si occupa delle composizioni chimiche, ancor oggi, è l’omo de note. Essi sono dei personaggi tra i più curiosi del panorama di adetti ai lavori. Spendono la loro vita lavorativa di notte e in perfetta solitudine, accompagnati cioè dai loro stessi pensieri, e svolgono una notevole mole di lavoro rendendoli fondamentali nell’economia della “piazza” produttiva. Si occupano di molte cose oltre che alla fondita, la vera e propria fusione del vetro, quali l’importantissima manutenzione dei forni, la loro distruzione e ricostruzione dopo i periodi di ferie, compreso lo spegnimento e la delicatissima riaccensione; lo svuotamento delle muffole ecc.. Per la peculiarità del loro lavoro queste persone diventano refrattari alla parola, per cui non vi dico le difficoltà che ho incontrato per intervistarne uno che mi parlasse del suo importante ruolo, ma soprattutto, delle composizioni chimiche che gelosamente e morbosamente custodisce. Doro, così si chiama il mio interlocutore, dopo pochi minuti di dialogo, mi promette di scrivere le ricette da me richieste e che all’indomani le avrei trovate sullo scagno (banco dove il maestro svolge il suo lavoro) del Musta. ( Capisco che i nomi possano sembrare curiosi, ma nelle fornaci il cognome o il nome anagrafico non viene quasi mai usato, preferendo il soprannome o, come si dice in dialetto il detto). Devo dire che è stato di parola e vi riporto testuali alcune sue ricette che contraporrò a quelle ben piu famose, perchè storiche, del “ricettario Barbini”.


Doro, nel suo ricettario, qui sopra riportato dà alcune composizioni chimiche per vetri colorati. Come si può notare la industria chimica ha dato una grossa mano a queste persone che, in modo empirico, si sono sempre occupati dell’aspetto tecnologico della questione. Cito naturalmente, solo una delle composizini del ricettario del Barbini, e ho scelto la composizione del celeste fatta l’11 aprile 1883 citata a pag.70 del suo libretto: Nitrò rafinà Tera Bianca Minio dei Barileti Potas Arcinico Antimonio Cotiso de Nitron Curiosa l’annotazione scritta di seguito alla ricetta: Butar con fornasa non tanto chalda, mortesina. Sopra questa partita, quando sono stata cota, li ò dato ramina libre 22, a poco alla volta, e poi li ò dato in quatro volte libre altre 300 cotiso di nitrone, e sono venuto un celeste belisimo.

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