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CORTESIA VENEZIANA

di Baron Corvo (Frederick William Rolfe, 1860-1913)

Era l'inizio di ottobre e ancora mi gingillavo nella laguna nord con la mia barcheta. Il tempo era così deliziosamente simile a quello di piena estate che non cambiai affatto le mie abitudini. Al contrario, continuai a vivere all'aria aperta e a scrivere il terzo libro di un certo signor X in vece sua. È d'obbligo una precisazione: la mia irrefrenabile energia, una serie di circostanze e un branco di furfantoidi senza scrupoli, mi hanno reso un "Fantasma Letterario". Ho scritto (o, meglio, riscritto), libracci di altri; così, eminenti editori hanno ingenuamente pubblicato la mia opera sotto nomi di autori incapaci. Si deve pur far qualcosa - io, almeno, devo - e sebbene da Fantasma si guadagni meno di una sterlina a settimana e si ottenga la più odiosa delle reputazioni, mi appiglio anche a questo. Almeno fino al giorno, benedetto, in cui non coglierò l'occasione giusta e pubblicherò opere meravigliose e veramente mie.

Giunsi a Venezia in agosto, per una vacanza di sei settimane; vivevo, lavoravo e dormivo quasi sempre nella mia barcheta. Sembrava che, continuando a rimanere, sarei riuscito a truffare autunno e inverno, ma nel modo più leale e onesto. L'effetto di questo tipo di vita veneziana era tale su di me che mi sentivo un venticinquenne, in tutto tranne che nell'esperienza priva di valore e nell'inestimabile disillusione. Da vincitore (e con incredibile felicità), avevo carpito dalla solitudine con il sole e il mare, la gioia irrequieta della salute vigorosa, la capacità per l'allegra (anzi, piacevole), resistenza, l'attività mentale spensierata e serena, l'appetito adeguatamente vorace, le stimolanti e delicate notti di sonno senza sogni che sono segno di una sana giovinezza. Andavo a nuotare una mezza dozzina di volte al giorno; iniziavo con la candida alba e smettevo solo dopo il tramonto del sole che infiammava tutta la laguna con i colori dell'ametista e del topazio.

In confidenza, vi confesso che, spesso, di notte, non ho potuto fare a meno di alzarmi e di sgattaiolare silenziosamente fuori dalla mia barca per nuotare un' oretta al chiaro di un grande luna dorata - un plenilunio- o tra i riflessi ondeggianti delle stelle. (Oh, mio buon Signore, che luogo celeste!). Quando volevo cambiare scenario e zona di ancoraggio, remavo con i miei due gondoglieri. Non c'è nulla di meglio per i cultori del fisico (per avere "equilibrio", membra e figura di uno snello e giovane Diadimeno), che il remare in piedi, alla Maniera Veneziana. E' una bella faticaccia, ma nessun altro esercizio dà gioia o induce, la notte, terminata l'attività, una tale squisita stanchezza, quanto scattare in avanti, con tutto il corpo, o allungarsi, il più possibile, nello spingere il remo. E ogni giorno scrivevo senza problemi per sette ore buone. Esiste, forse, qualcosa di meglio?

Un giorno mi rifornii di provviste a Burano e, al tramonto, ce ne andammo a vogare per trovare un posto dove trascorrere la notte. Immaginate il luminoso universo crepuscolare di un cielo sgombro di nuvole e di un mare liscio e piatto, tutto fatto di caldo, liquido, limpido eliotropio, viola e lavanda, con striature di rame infuocato incastonato di smeraldi che, dall'altra parte, si fonde nell'incommensurabile blu degli occhi delle ruote dei pavoni, là dove cresce la luna, rosata come madreperla. In una simile beatitudine, noi tre avanzavamo con la nera barcheta, solennemente, silenziosamente, mentre svaniva l'ultima eco dell' Avemaria.

Lentamente uscimmo a nord di Burano, in aperta laguna. Vogammo verso oriente per incontrare la notte, fino ad un punto segnato da cinque pali, dove l'ampio canale volgeva a sud. Procedevamo lentamente. C'era un qualcosa di così sacro - di così maestosamente sacro - in quel silenzio vespertino, che non l'avrei infranto nemmeno con il placido sciabordio dei remi. Ero signore del tempo e dello spazio. Nessun impegno premeva per essere rispettato. Potevo andare dove e quando mi piaceva, lontano o vicino, velocemente o lentamente. Scelsi: vicino e lentamente. Andai oltre. In quegl' attimi la calma in laguna era così ineffabilmente magnifica, che mi venne solo voglia di starmene seduto e di assorbire, immobile, sensazioni. Immersi in questa atmosfera, la mente è invasa da pensieri, nuovi, in genere nobili.

L'ampio canale, nel quale ci lasciavamo trasportare dalla corrente, è un corso d'acqua primario. L' ho sempre visto punteggiato daisandoli dei pescatori buranelli. Lo disturbano i battelli a vapore, le cisterne di acqua potabile dirette a Burano, le solite chiatte da trasporto; non sempre, ma spesso. Desideravo trovare un canale meno importante, lontano - lontano. Eravamo (come ho già detto), nella parte meridionale, alla curva verso sud segnata da cinque pali. Di fronte, sull'altra sponda, iniziava la lunga fila dipali che indica il canale, dove l'acqua è più profonda, verso la Ricevitoria di Treporti. E proprio da lì, dall'inizio della fila, scorsi l'imboccatura di un canale che sembrava proprio essermi conforme. Remando ci dirigemmo da quella parte. Il canale piegava a nord-est per due o trecento metri e quindi, simile ad un gomito, curvava a nord-ovest. Sembrava proprio un buon canale, largo circa quaranta metri, tra dolci argini di fango ricoperti di lavanda marina alta più di mezzo metro sul livello del mare. Ci spingemmo a riva, vicino la sponda interna al gomito, infilammo un paio di remi nella melma e ormeggiammo lì.

Baicolo e Caicio tirarono fuori scacchiera e sigarette e si misero apuppa a giocare, parlando sottovoce; io, intanto, rimasi seduto, silenzioso, con lo spirito immerso nella pace, fino a quando la notte non fu buia e Selene alta nel limpido blu simile allo zaffiro. Poi accesero ifanali, sistemarono il tendone impermeabile con quinte e sipari per coprire l'intera barcheta e prepararono una zuppa Parmentier da mangiare con il vino e lapolenta. Sistemati sul fondo i cuscini di capok, con sopra i sacchi a pelo estivi, ci tuffammo un'ultima volta, dicemmo le preghiere e quindi ci distendemmo. Baicola aprova, con i piedi verso i miei, al centro della barca, e Caicio sottopuppa, con i piedi lontano dalla mia testa appoggiata sul cuscino. Così dormimmo.

Mi svegliai subito dopo il levar del sole: era un'aurora di opale e di fuoco; i ragazzi poltrivano ancora profondamente.Tirai giù il tendone, tolsi silenziosamente gli ormeggi e mi misi a puppa per vogare nella rugiadosa freschezza, e per cercare un posto adatto alla mia nuotata mattutina. Sono molto esigente a riguardo. L'acqua deve essere profonda, il più profonda possibile. Sono, secondo una definizione dei Veneziani, un "appassionato per l'acqua!". Inoltre aborro con veemenza rimanere impigliato nelle alghe o nel fango che sporcano le unghie dei miei piedi più di quelle delle mie mani. Sono miope nato e perciò vedo con maggior chiarezza nell'acqua profonda che non in quella bassa; così chiaramente come se, a terra, avessi un monocolo concavo.

Lasciai che labarcheta venisse trascinata dalla corrente, mentre, con il lungo remo di puppa, sondavo alcune parti del canale, sia vicino agli argini che verso il centro. Da nessuna parte toccavo il fondo: voleva dire che avrei fatto il bagno dove l'acqua era profonda più di quattro metri. Inutile a dirsi, lanciai un grido di gioia mattutino che, a fatica, svegliò Baicolo, l'amante del lusso, per preparare il caffè, e Caicio, fedele come un cane, per prendere il remo e tenere labarcheta vicino a dove mi trovavo io. Mi tuffai allora in laguna, per gozzovigliare in quell' acqua limpida e verde. Oh, Signore, com'è bello il Tuo serico mare salato che scivola sulla pelle!

Quando risalii a bordo, la barca era pulita e in ordine, e il caffè pronto. Stesi un asciugamano sui cuscini e mi abbandonai, scompostamente, per asciugarmi al sole, sorseggiando il caffè. I ragazzi si tuffavano, nuotavano, ritornavano per una pausa; io mi arrotolavo la prima sigaretta della giornata.

Infilati i calzoncini e una maglietta di cotone leggero, issammo il tendone contro il sole, sempre più ardente; aprii la custodia dei fogli di carta ed iniziai a pensare alla mia stesura mattutina. Baicolo e Caicio si dedicarono a piccoli lavori: lustravano le parti in ottone e in acciaio, raschiavano i remi con pezzetti di vetro per lisciarli. Prima, però, volli dare un'occhiata alla mia carta per trovare il nome di quello squisito canale in cui mi trovavo - il canale con tutte quelle qualità desiderabili come profondità, ampiezza e lunghezza (circa un chilometro), che emergeva, verso nord, da un delta del Canale Dossa Piccola, che conduceva alla mia isola piena di scheletri. Aveva ampie e ampie vedute, in ogni direzione, era molto segreto e nascosto (dalle sue stesse insenature), rispetto alle principali vie di comunicazione; nello stesso tempo, era a meno di mezz'ora di voga da Burano.

In breve, il luogo ideale dove accamparsi: isolato, attraente, sgombro e, con a portata di mano, pane fresco, acqua e insalata. Nella mia carta, però, non ve n'era traccia. Solo una sua foce, rimpicciolita e anonima, in corrispondenza con il primo palo del canale principale, scorreva verso nord-est per circa cento metri e quindi si perdeva miseramente nella grande Palude della Sentrega. Ero molto seccato.

Ero proprio molto seccato, poiché, giusto una settimana prima, avevo trovato una grande isola, sublime, erbosa (rifugio di ratti), a nord del principale canale di comunicazione tra Venezia e la terraferma presso la località di San Giuliano, ma totalmente mancante dalla mia carta ufficiale. Ero, infatti, terribilmente seccato, perché non ci poteva essere nessun' ombra di dubbio riguardo alla mia più recente scoperta, essendo lunga, ampia, profonda e molto più importante dei numerosi piccoli canali, larghi non più di dieci metri e fondi anche meno di uno, che la medesima carta riportava diligentemente. Diedi un'ulteriore occhiata, verificai le mie precedenti impressioni e mi resi conto che, per quel giorno, non mi sarebbe stato possibile scrivere libri al posto di altri.

"A Venezia, immediatamente", dissi ai miei gondoglieri" dove io mi occuperò dei miei affari e voi avrete la possibilità di ' far festa ', di salutare i vostri genitori e vedere il cinematografo ".

Raggiungemmo la città all'ora di pranzo. I ragazzi svuotarono la barcheta e misero tutto a posto prima di svignarsela.Indossai dei pantaloni puliti di flanella leggeri e andai all'Ascensione per far tacere Ongania Amadeo (che mi aveva venduto le carte), a colpi di tosse e per chiedergli se era sicuro di non avermene vendute di obsolete. Consultò la lista ufficiale delle carte dell'Estuario Veneto pubblicate dall'Istituto Idrografico e mi mostrò che la mia, datata 1905, era proprio l'ultima edizione. Ritengo fosse un pò agitato per la mia educata insinuazione, ma quando gli raccontai della isola presso San Giuliano, non segnata, e del canale nella Palude della Sentrega, sembrò interessarsi. E, (lasciatemelo dire), un Veneziano interessato può essere estremamente interessante; interessante quanto un uomo di mare. Durante quella breve conversazione venni a conoscenza di inauditi e impensabili segreti sui capricci della laguna, dei suoi argini fangosi soggetti a modificazioni, dei suoi canali che cambiano di giorno in giorno.

"Ma, l'isola e il canale che Sua Signoria ha trovato, sembrano essere permanenti e importanti. La pregherei, quindi, di disturbarsi fino a recarsi al Dipartimento Idrografico dell'Arsenale per parlare di queste importanti questioni con un mio amico, il Comandante Angelo Francon, che si occupa di ciò", disse Amadeo Ongania.

Così, feci una passeggiata fino all'Arsenale dove trovai un comandante grande e grosso, con dei begl' occhi chiari, sigaretta e dalle maniere tranquille e forti - proprio il tipo di comandante adatto a diventare uno degli eroi della campagna in Libia, cui partecipò tempo dopo. Per pura pigrizia egoista gli chiesi se capiva l'inglese. Rispose in quella lingua, parlando stupendamente e fluentemente ma così deliberatamente e assolutamente senza nessuna enfasi che tutte le sillabe sembravano essere separate, come se ognuna fosse seguita da una virgola "Sì -, "disse" ri-, e-, sco-, a-, ca-, pi-, re-, l'- , in-, gle-, se-, se-, a-, vre-, te-, la-, mol-, to-, gran-, de-, gen-, ti-, lez-, za-, di-, par-, la-, re-, il-, più-, len-, ta-, men-, te-, pos-, si-, bi-, le-, e-, io-, pos-, so-, par-, lar-, la-, co-, sì-, se-, voi-, mi-, per-, met-, te-, re-, te-, di par-, lar-, la-, co-, sì-, ".

Andammo subito perfettamente d'accordo. Era simpaticissimo. Gli mostrai il mio passaporto: gli dissi che ero uno scrittore inglese, che preferivo vivere e scrivere in laguna per motivi di salute e per solitudine e che, per caso, avevo fatto un paio di piccole scoperte che (secondo Ongania), potevano rivelarsi utili agli idrografi ufficiali. Spiegai la mia carta e indicai con la matita dove si trovavano l'isola e il canale non segnati.

Il Comandante mandò a prendere la copia della carta del Dipartimento. Fu divertente scoprire che la loro edizione era precedente alla mia - penso fosse del 1903. Ci scambiammo le solite educate commiserazioni sull'abominevole modo in cui tutti i dipartimenti di tutti i governi si trascurano tra loro; quindi ricalcò minuziosamente dalla carta i miei segni in matita da dilettante riportandoli nella sua in modo professionale e mi assicurò che un'Imbarcazione Idrografica sarebbe stata inviata in loco per verificare, misurare, sondare, esaminare in modo tale che la successiva edizione della carta potesse essere completamente aggiornata.

"Ma mi racconti, prego, signore", disse nel suo lento e sicuro inglese "come vi siete fatta un'idea così precisa circa la profondità, la larghezza e la lunghezza di questo canale? "

A questo punto risi e confessai la mia predisposizione al tuffo e le mie esibizioni con il lungo remo di puppa. Poi ci scambiammo i complimenti e ci separammo. Devo dire che tutti gli ufficiali italiani che conosco hanno dei modi veramente incantevoli. Sono acuti e efficienti; ma sono cortesi in modo affascinante e, al tempo stesso, umani. Non ti mettono da parte e non ti trattano con disprezzo, anzi, si interessano a te personalmente e con vero piacere. Ricordo un Questore (di fronte al quale ho, una volta, testimoniato riguardo ad un giovane ambiguo, gettato sulla mia strada dal Tesarca Erastiano di Venezia), che scese precipitosamente dal suo scanno quando sentì che mi occupavo di letteratura, per il piacere di stringermi la mano poiché anche suo padre, molto onorato, (Poareto! R.I.P. (1)), era stato un uomo di lettere.

Quella notte pioveva. Il barometro di Piazza San Marco si era abbassato; l'osservatorio del Seminario Patriarcale aveva predetto alcuni giorni di tempo inclemente. Così diedi ai miei gondoglieri un " riposo festivo " e mi rinchiusi a casa per continuare il mio disgustoso lavoro di piantare e annaffiare (come Paolo e Apollo), ciò che altri avrebbero raccolto.

Due mattine dopo ricevetti un biglietto dal Comandante Francon che mi chiedeva la gentilezza di riceverlo quella sera stessa alle 18:00. Replicai che mi avrebbe fatto molto piacere e lo pregai di rimanere a cena per le 19:30. Rispose con un secondo biglietto, in cui mi pregava di riceverlo alle 18.00, ma si dispiaceva per l'impossibilità a rimanere a cena. Brontolai ma acconsentii.

Arrivò puntuale. La sua uniforme era molto curata ed estetica; magnifico il suo saluto.Le sue maniere erano tranquille, ponderate e degne di fiducia come nel nostro primo incontro, ma si aggiungevano una certa autorità e un certo formalismo.

Disse che aveva il felice mandato di portarmi i ringraziamenti del Vice-Ammiraglio che comandava il Porto,

per le informazioni che, così cortesemente, avevo fornito al Dipartimento Idrografico dell'Arsenale. Sorrisi affettatamente.

Si avvicinò, quindi, alla sedia che gli stavo porgendo, si accomodò affabilmente, si sfilò i bei guanti bianchi e, con loro, ogni minimo formalismo. Mi sedetti accanto a lui e gli offrii una sigaretta.

"Devo chiederVi di perdonarmi, caro signore", disse, ancora in tono serio, "per non aver accettato il Vostro gentile invito a cena, e Vi prego di credere a ciò che sto per dirVi. Posso sperare che mi farete la gentilezza di concedermi questo favore? "

Dissi che, come Sant'Anselmo d'Inghilterra, era mia abitudine credere, semplicemente per poter capire. "Credo ut intelligam.(2) "Era il miglior modo che conoscevo per evitare inutili confusioni mentali.

"Allora, caro signore," continuò "sappiate che non è opportuno mescolare il dovere al piacere.Il mio mandato era ufficiale, se mi permettete di dire così ".

Lo permisi.
"Ma a parte questo, sebbene possa non sembrare un uomo ammalato, mi sono appena rimesso da una malattia orribile; e Vi assicuro che i medici mi obbligano assolutamente ad una dieta che mi impedisce di mangiare con altre persone e mi priva di cenare del tutto ".

Espressi la mia comprensione. A questo punto scomparve anche l'ultima traccia di solennità. Il suo abbandono, prima dell'autorità ufficiale e adesso della serietà, per nulla sconveniente, divenne manifesto quando si tolse tunica e colletto come per trascorrere una tranquilla serata in mia compagnia in maniche di camicia. Anch'io mi affrettai a spogliare i miei modi di qualunque fronzolo che, per caso, li potesse ancora ornare.

" Ed ora, caro, " continuò a sorpresa " ho qualcos' altro da dire, che non è ufficiale e non è cortese. Non è il Comandante Francon che ti sta parlando in questo momento. E non è neppure quel povero convalescente che implora perdono per aver rifiutato di mangiare la tua gustosa cena. Sto per dirti qualcosa, non come un Italiano ad un Inglese così gentile da ascoltarlo; non come tra stranieri, ma come tra due uomini di mondo che sono molto amici. Capisci? Me lo permetti? Caro, il tuo amico, non il Comandante Francon, ma il tuo amico, qui, ti dice allora, non ufficialmente ma confidenzialmente e nella più pura amicizia: caro amico, per piacere, non misurare più i nostri canali perché il saperti nei guai mi procurerebbe dolore ".

"Ma", dissi (con un balzo) "ho commesso qualche trasgressione? Naturalmente sai bene che non ho cattive intenzioni.Inoltre, caro amico, noi Inglesi siamo i migliori amici di voi Italiani, anche se avete scelto di allearvi con quegli odiosi Tedeschi. Sicuramente, per quanto mi riguarda, lo sono. E, naturalmente, quando scopro qualcosa - e un uomo come me, dotato di un perspicace spirito di osservazione non può fare a meno di scoprire qualcosa - ve ne faccio dono. E' un vostro diritto." dissi, eccitato ma lusingato.

"Caro, il più caro tra gli amici leali, lo so perfettamente", continuò il Comandante "non sto usando parole negative come ' trasgressione '; ma tutta la laguna che è sotto la giurisdizione militare. Lo sai, vero? E sai perché? Il Trentino? La Vereto Giulia? Nostri, perbacco! Non è vero? La tua simpatia è per noi? Ah, sei un vero Inglese! Ebbene, caro amico, nelle remote parti della laguna il tuo eminente genio singolare ti porta ad ammirare e a frequentare, potresti essere interrotto nelle tue misurazioni di canali, molestato e mal interpretato da guardie campagnole ma zelanti. Prova ad immaginare quanto dolore proverebbe il tuo amico nel sentire che sei stato obbligato a scomodarti e a venire a Venezia per fornire spiegazioni a stupidi ufficiali. Non sta a me dire quanto addolorato sarebbe il Vice-Ammiraglio. Ti basti il fatto che, io, il tuo amico, sarei terribilmente addolorato, mortificato, sconsolato al solo pensiero che tu ti debba trovare in una situazione così spiacevole e così pietosa. Caro amico, fammi dunque andar via con l'animo sicuro nei riguardi di questo dolore. Promettimi che non ti procurerai il fastidio di essere sorpreso a misurare i nostri canali ".

Scoppiai in un'interminabile risata quando entrambi ci alzammo. "Oh, penso siate la persona più affascinante e squisita del mondo! Io sono simile a Machiavelli e, così, sono felice di esserVi amico", esclamai "Vi prego, Comandante valoroso, portate i miei rispettosi ringraziamenti al Vice-Ammiraglio per il suo, del tutto immeritato, atto di riconoscimento nei miei confronti. E Vi prego, caro amico, di accettare i più sinceri ringraziamenti per la delicata cortesia del Vostro avvertimento. Prometto di non misurare più i Vostri canali se non per assicurarmi che non conficcherò la testa nel fango quando mi tuffo. E' soddisfatto? "

"Perfettamente!" dichiarò il Comandante Francon.



Note :
1) riposi in pace
2) credo per capire

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