Storia dell'isola



Il monastero tra liberalità e donazioni. La fama del monastero che aveva avviato ai trionfi della vita missionaria il Sagredo accese in quegli anni una vera e propria gara alla donazione: autorità civili e religiose, ma anche privati cittadini, diedero inizio ad una serie di liberalità che non avrà fine se non con la soppressione stessa del convento. In quella fase più che in altre Venezia è centro mondiale di cultura, di dissertazioni letterarie, filosofiche ed artistiche; in questo clima intellettualmente prestigioso ed illuminante, il monastero di San Giorgio assurge al ruolo di massima congregazione religiosa per la qualità delle speculazioni spirituali che lì ebbero sede. Tale era la sua fama che nel 1177, quando pervennero a Venezia il Pontefice Alessandro III e l’Imperatore Federico - detto Barbarossa - essi desiderarono far visita alla chiesa, e lì approvarono i privilegi concessi dai loro predecessori ai monaci. L’anno seguente il Doge Sebastiano Ziani, grande benefattore del monastero e mediatore dello storico incontro, sentendosi gravato dagli anni decise di andarvici a morire.
Nel 1223 un tremendo terremoto colpì Venezia e distrusse chiesa e monastero di San Giorgio; con l’aiuto del Doge Pietro Ziani iniziò subito la ricostruzione. Si narra che quando nel 1229 il Doge morì, egli vestisse l’abito benedettino. La sua salma fu posta accanto a quella del padre, non solo in virtù della stretta parentela ma anche della riconoscenza del popolo veneziano, che volle così onorare la memoria del periodo più fulgido della capitale lagunare: sotto il governo dello Ziani, infatti, Venezia aveva condotto numerose battaglie che ne avevano immensamente ingrandito la potenza e le ricchezze (basti pensare alla quarta Crociata, condotta vittoriosamente da Enrico Dandolo, al termine della quale la quarta parte dell’impero greco era divenuta dominio veneto). Opera sua fu anche il notevole ingrandimento e abbellimento con gemme e perle della pala d’oro di San Marco. Imitando il padre, Pietro dispose per testamento che ogni suo avere fosse devoluto a pie istituzioni, congregazioni, chiese ed ospedali.
Restauri e lavori prestigiosi per l’Abbazia.
Tra il 1560 ed il ‘62 furono commissionate opere grandiose: il Refettorio al Palladio e l’immensa tela che doveva poi ornarlo al Veronese. Il Refettorio potrebbe definirsi capolavoro di squisita proporzione, tanto che l’architetto ottenne poi di poter lavorare all’ammodernamento dell’intera chiesa; la tela divenne presto centro d’ammirazione universale (tanto che, come vedremo, Napoleone la sceglierà tra le opere da “importare” nel 1797). Il Veronese inoltre dipinse anche le pareti del Refettorio - verosimilmente due grandi angeli a guazzo sulle pareti che fronteggiavano la tela - ma il tempo non ha permesso il conservarsi di queste opere. Nello stesso tempo i monaci commissionano al Tintoretto, per adornare le pareti ai lati dell’Altare Maggiore, la “Caduta della Manna” e la “Ultima Cena”. Può stupire che non abbia avuto parte ai lavori il vecchio Tiziano, ma il grandissimo maestro era in città già fin troppo occupato in altri capolavori.
Il 3 Marzo 1566, alla presenza dell’Abate Andrea Pampuro asolano, di tutti i monaci, del Doge Gerolamo Priuli e di una moltitudine di religiosi si gettarono le fondamenta per rifabbricare la chiesa più ampia e più sontuosa, su disegno del Palladio. Che cosa l’architetto avesse in mente dando inizio a quel capolavoro galleggiante sull’acqua lo dirà egli stesso nel quarto libro del suo Trattato di Architettura: “Si devono fare le fronti dei templi, specie a Venezia, che guardino sopra grandissime parti della città. Il che è come dire dentro a spazi che l’occhio umano sia in grado di raggiungere facilmente e con godimento...”.
Inoltre, tra i sommi maestri del Rinascimento che in quegli anni diedero lustro alle grandiose costruzioni che ancora oggi si ammirano, è necessario ricordare almeno Scamozzi e Vittoria e, più tardi, Sebastiano Ricci e l’Alberghetti. Furono necessari cinquanta anni per vedere conclusa questa opera, ma già a partire dal 1581 la chiesa era coperta e praticabile, tanto che fu possibile demolire la vecchia costruzione ed insediare nella nuova il corpo di Santo Stefano protomartire, con una cerimonia celebrata dal Patriarca Giovanni Trevisano alla presenza del Doge Niccolò da Ponte e del Senato. Perfino la morte del grande maestro Palladio nel 1580 non interruppe i lavori. Nel 1643, sotto la direzione dello stesso Longhena, iniziarono i lavori alla scala del convento: era infatti necessario studiare una scala d’onore per accedere al nuovo chiostro, che potesse essere adeguata alla solennità dei saloni superiori ed alle sale di rappresentanza: egli compose una scala a doppia rampa con loggiati sovrapposti, opera di tale magnificenza da essere considerata la più sontuosa della città (la imitò, un secolo più tardi, il Massari per Palazzo Grassi). L’architetto è ancora a San Giorgio nel 1652, quando decide di imbiancare la facciata della chiesa; nel 1657 ingrandisce il noviziato; nel 1677 restaura l’infermeria; nel 1680 sovrintende i lavori di costruzione della foresteria piccola. Baldassarre Longhena muore due anni più tardi senza avere la gioia di veder consacrata la sua opera più grandiosa, la Chiesa della Salute, che verrà inaugurata il 9 novembre del 1687.
I cantieri a San Giorgio non smisero praticamente mai di essere in funzione fino alla chiusura del monastero, ed ogni volta che sorgeva un nuovo edificio si rese necessario commissionare nuove opere che ne adornassero le pareti; inoltre prese piede l’intenzione di adornare le stanze degli Abati in maniera confacente alla maestosità del tempio: per questi motivi si susseguirono continuamente commissioni e celebri pennelli. Lavorarono a San Giorgio, tra gli altri, Palma il Giovane, il Tizianello, il Tintoretto minore, il Carlevaris, il Gherardi , il Coli ed il Loth.
Nel 1774 crollò il campanile, ricostruito nel corso dei quindici anni successivi su progetto del frate bolognese Benedetto Buratti, non senza l’aiuto del Senato veneziano che incoraggiò l’opera con elargizioni ed agevolazioni fiscali.
La situazione politica ed economica di Venezia preannunciava ormai la fine dello Stato; la città era stretta tra Napoleone Bonaparte giunto a Peschiera e le navi francesi che cercavano di forzare il porto del Lido; le spaventose ricchezze dell’antico splendore venivano ora spese per armare l’estrema difesa, nella speranza di salvaguardare almeno la capitale dello Stato dalla violenza della guerra. In questo quadro furono molte le offerte di denaro che privati cittadini, comunità e religiosi tributarono al Senato; tra le più ingenti senza dubbio l’offerta dell’Abate di San Giorgio Maggiore, che deliberò la impressionante cifra di sessantamila ducati (i monaci avevano fornito grosse somme in ducati sonanti alla repubblica altre volte: nel 1606, l’anno dell’interdetto, nel 1657, durante la guerra di Candia, nel 1693, guerra contro i Turchi).









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